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O forse il fatto avvenne in chiesa, in una delle tante domeniche che da bambino, “sgamata” la santa messa, ero occupato lungo le rive del fiume Mella a giocare agli indiani o a catturare rospi. Per molti anni ho ascoltato solo cantautori: Nanni Svampa, Brassen, Leo Ferrè, De Andrè, Guccini, Piero Ciampi. Non mi occupavo di musica, ero interessato alle parole, alla poesia. Sul finire degli anni novanta, mi fu chiesto di condurre a Radio Brescia Popolare una o più trasmissioni che parlassero degli indiani d’America. Per dare serietà al programma, mi procurai dei Cd di musica pellerossa. Fu una folgorazione, un “satori”, i flauti di cedro rosso di Carlos Nakai e di Douglas Spotted Eagle, i tamburi di David e Steve Gordon, la voce di Joanne Shenandoah, parafrasando Garcia Lorca, “mi piegarono la fronte al suolo”, dimostrando la non infallibilità di quel Signore di lassù, che siede alla sinistra del nostro Presidente del Consiglio.
Per legare il mio intervento all’articolo di Uccelli mi sono valso di un piccolo aneddoto riportato nel libro di Eduardo Galeano: “Il mondo a testa in giù” (il riferimento a fatti e personaggi della nostra epoca è puramente casuale).
La musica
Era un mago dell’arpa. Nelle pianure della Colombia, non c’era festa senza di lui. Perché la festa fosse tale, doveva esserci Mesé Figueredo, con le sue dita danzanti che rallegravano l’aria e facevano agitare le gambe. Una notte, in un sentiero sperduto, lo assalirono dei banditi. Mesé Figueredo stava andando ad un matrimonio, a dorso di mulo, su un mulo lui, sull’altro l’arpa, quando alcuni banditi gli saltarono addosso e lo riempirono di botte. Il giorno dopo qualcuno lo trovò. Era per terra, sulla strada, uno straccio sporco di fango e di sangue, più morto che vivo.
E allora quel rottame disse con un filo di voce: “Si sono portati via i muli”. E aggiunse: “E si sono portati via l’arpa”. E prese fiato e si mise a ridere: “Ma non si sono portati via la musica”. |