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lunedì 23 luglio 2018 | 00:21
 Edizione del 19/03/2018
 
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Nel ricordo delle tante vittime di Nikolajewka
Nei giorni in cui nel lontano 1943 i nostri alpini ripiegarono verso Nikolajewka un gruppo di undici temerari ha ripercorso quei mesti passi. Il loro viaggio ha avuto luogo dal 18 al 27 gennaio, con tappe di circa 30 km al giorno. Fra i partecipanti l'alpino Roberto del Gruppo delle Penne Nere di Marmentino
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Nel ricordo delle tante vittime di Nikolajewka
( VERSIONE TESTUALE )

Roberto è tornato dalla Russia con tanto entusiasmo e tanta voglia di raccontare! Molti hanno seguito la sua avventura condivisa con altri 10 “coraggiosi” nella steppa desolata. Non ho però intenzione di limitarmi a descrivere percorsi ed itinerari; personalmente mi incuriosiscono di più i sentimenti, le sollecitazioni dei cinque sensi che portano a scoprire nuovi colori, odori e sapori. Ci incontriamo nella sua casa bella e accogliente davanti al caminetto acceso. Ironia della sorte! Chissà quanto avrà desiderato un po’ di calore durante i lunghi giorni di marcia! Eppure sono sicura che dentro di lui ardeva un fuoco, forse incapace di scaldare le membra infreddolite, ma di certo in grado di spronarlo a portare a termine questa impresa. Lo invito a parlare proprio di questo, visto che nel precedente articolo sul VALTROMPIA del mese di Dicembre avevo parlato di neve e freddo mi sembrava giusto chiedergli come ha vissuto la mancanza di calore. La risposta è scontata: quando a pomeriggio inoltrato si giungeva in vista della isba dove avrebbero trascorso la notte il pensiero andava proprio al tepore che avrebbero trovato all’interno. E non parliamo solo del calore emanato da qualche tubo bollente che attraversava la stanza, ma anche dell’abbraccio di chi li ospitava offrendo quel poco che aveva. Sprigionava energia anche il bel rapporto creatosi all’interno del gruppo: camminare due o tre ore affondando nella neve, senza una parola, e poi ritrovarsi la sera a condividere cibo e idee dava la giusta carica per affrontare l’indomani.
Gli chiedo del cibo: come gestivano questo bisogno essenziale? Mi spiega che tutto è stato meticolosamente pianificato prima della partenza: per ogni giornata di cammino un sacchetto di frutta secca e formaggio Grana da sgranocchiare con i compagni di viaggio tra un incoraggiamento vocale e una pacca sulla spalla. Ci pensava poi chi li ospitava a deliziarli con zuppe bollenti e misteriose, guardate dapprima con diffidenza ma sempre gustate con curiosità, gratitudine e una buona dose di ottimo pane nero. Prima di sciamare tutti quanti nella isba (12 persone in un colpo solo non sono cosa da poco!) era obbligo passare all’unico emporio del paese: una stanza minuscola dove si potevano trovare dai chiodi al pesce affumicato; lì potevano procurarsi cibo e bevande per integrare ciò che veniva loro offerto.
Dopo cena, a turno, i nostri avventurieri leggevano dei brani che narravano gli avvenimenti di quel lontano 1943. Il ricordo è sempre stato una presenza costante e doverosa.
Ma come vi vedeva la gente del posto?
“ITALIANSKI, così ci chiamavano. Ci siamo resi conto che anche loro, nonostante sia passato tanto tempo, non hanno dimenticato. Ne è la prova il fatto che, in ben due occasioni, il gruppo viene avvicinato dagli abitanti con l’intenzione di consegnare le piastrine appartenute a due commilitoni caduti in battaglia, ritrovate chissà dove tra i cumuli di neve. E questo non per avere una ricompensa, bensì per rendere alle famiglie dei dispersi un ricordo tangibile del sacrificio dei loro cari. Una volta stabilita la veridicità di queste targhette, le stesse sono state consegnate, al rientro in Italia, ad una associazione che provvederà a rintracciare gli eventuali eredi. Le piastrine saranno poi restituite ai familiari durante una cerimonia alla presenza dei nostri protagonisti”.
Un incontro particolare che ti piace ricordare?

“Quello con il Pope Maccari che ci ospita all’interno della sua chiesa, una stupenda costruzione azzurra di cui va giustamente fiero. È un pezzo d’uomo, altro almeno un metro e novanta, vestito di una tonaca nera e con una barba bianca che gli arriva a metà del busto. Nonostante la sua ingombrante presenza non incute timore, anzi ci accoglie come un padre e ci sprona a dimostrare un po’ di allegria. Siamo così stanchi e provati ma… non me la sento di deluderlo, così mi alzo e intono la canzone “AZZURRO” a cui fa eco il coro degli altri e la festa prende vita!”

Voglio sapere anche come percepivano il tempo e lo spazio. Mi racconta che si viaggiava a 5-6 km\ora in condizioni a volte proibitive e ti viene da pensare: chissà come erano lunghe le ore! Invece no. Roberto ricorda che in un attimo era già sera, tanto che quasi gli dispiaceva che un altro giorno se ne fosse andato. Per quanto riguarda invece lo spazio il nostro amico ha avuto una percezione davvero curiosa.
“Mentre marciavamo su e giù per le colline bianche e morbide ho avuto per la prima volta la certezza di trovarmi su un pianeta rotondo, mi sembrava di poter arrivare alla fine della discesa e continuare camminando ancora, ma a testa in giù….”
Per concludere questa intervista, che poi si è rivelata una piacevolissima chiacchierata tra amici davanti ad una buona bottiglia, l’ho pregato di descrivere la sua avventura in ciascuno di questi aspetti: CON UN COLORE “..azzurro, il colore del cielo le poche volte che mi è capitato di vederlo sereno ma anche la chiesa del nostro amico Pope”; CON UN AGGETTIVO: “...spettacolare!”; CON UN SUONO “...l’abbaiare puntuale di un cane quando stavamo per giungere all’agognato villaggio e, naturalmente il SILENZIO”; CON UN PROFUMO “...quello della canfora che la sera ci spalmavamo sul collo e serviva a scaldarci ma anche a coprire gli odori non sempre gradevoli…”
Mi chiede, alla fine, di fare un ringraziamento di cuore al Dott. Guizzi, perché solo grazie al suo prezioso intervento ha potuto affrontare questa imperdibile avventura senza dover fare i conti con il suo ginocchio malandato. Grazie anche a te Roby per questa bella e preziosa testimonianza.



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