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lunedì 23 luglio 2018 | 00:17
 Edizione del 19/03/2018
 
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Una notte niente male
Habemus auto! Questa l’incredibile notizia, che noi della compagnia “anarchici menefreghisti”, seralmente e stabilmente attavolinati al bar President, apprendemmo un giorno di dicembre del 1971
Leggi l'articolo completo in forma testuale ( clicca qui )




Una notte niente male
( VERSIONE TESTUALE )

La notte
era appena cominciata

La notte era appena cominciata, il vin brulè, gradi circa ottanta, scese come una lingua di lava all’interno delle nostre gole riscaldandoci all’interno, mentre il fuoco, caricato come un treno a vapore ci rosolava all’esterno. Dopo una mezz’oretta riprendemmo l’equilibrio termico, il problema era riuscire a mantenerlo. Il riposo e il calore giovarono al corpo e allo spirito, ma il drago-fuoco aveva fame e il mucchietto di legna nell’angolo della stanza era troppo esiguo per permetterci di superare le ore che ci separavano dall’alba e oltre. Ero l’unico che conosceva a fondo tutto il territorio circostante, e le varie possibilità di rifornirci di legna asciutta. C’era il capanno del “Poldo”, dall’esterno della nostra baita, guardando trecento metri più in basso, si intravedeva, stante la luna piena, un muro di ciocchi di tre metri per due, ma i quaranta centimetri di neve e una pendenza di quarantacinque gradi mi consigliarono di lasciar perdere. A quei tempi ero giovane ed avevo una memoria migliore. Chiusi gli occhi cercando di costruirmi unna mappa fotografica di quello che avevo visto quindici giorni prima. Ah! La gioventù, mi bastarono trenta secondi. Dieci metri a nord-est della casina cominciava un sentiero che si snodava sul piano e dopo duecento metri, proprio vicino al cavo della teleferica, sotto un telo verdastro e impermeabile, c’era il più adorabile ammasso di tronchi che in una notte come quella si poteva desiderare. Rientrai all’interno e vuotai l’ultimo bicchiere di vin brulè ormai freddo. Mario era ancora stralunato, il giovane Gian dormiva con la testa sul tavolo, e Ruggio era abbracciato alla sua chitarra come un bambino attaccato al seno della madre. Come al solito toccava ai “vecchi” pensai. Ci armammo ambequattro di rotoli di corda e ci avviammo verso la “miniera d’oro”. Camminammo lentamente sul sentiero calpestando il letto di neve per creare un’agevole pista per il ritorno. Ognuno di noi trascinò abbastanza agevolmente tre tronchi lunghi circa due metri con il freddo nelle membra ma il caldo nel cuore. Svegliammo il giovane Gian, ci serviva il tavolo come supporto per il taglio della legna due tenevano fermi i rami, e altri due si attaccarono alla sega. Man mano cadevano i ciocchi, qualcuno li buttava nella bocca vorace del camino. I miei ordini erano tassativi, prima si tagliavano tutti i tronchi, e poi si mangiava. Ci alternammo alla sega, le braccia si muovevano come stantuffi tanta era la fame e dopo un’ora il lavoro era compiuto. Avvicinammo il tavolo al fuoco, Aschi il Rosso rovesciò il contenuto del suo zaino sul tavolo ed io feci altrettanto. Assaltammo il pane e il salame, nell’attesa che Aschi il Rosso affettata la polenta, la collocasse sulla graticola per condirla poi con delle cucchiaiate di profumato gorgonzola. Dopo un’ora di mandibole agitate e nonostante mancassero cinque discepoli e il Cristo, noi ci sentivamo in Paradiso. Sicuramente non sarebbe stata l’ultima cena, e fortunatamente tra noi non c’era nessun Giuda. Senza tema di smentita potrei affermare che il grado di felicità raggiunto era difficilmente misurabile. Non così il termometro, che lentamente ma inesorabilmente scendeva. Il fuoco faceva del suo meglio, ma non bastava. Se volevamo attraversare la notte bisognava velocemente ripristinare la funzionalità della cucina economica. Dividemmo i ciocchi in legnetti, li asciugammo a fianco delle fiamme, ma l’unico risultato, dopo averli accucciati nella piccola bocca della stufa ed averli accesi, fu un fumo acre e pungente che avviluppò la stanza come una camera a gas. Non ci perdemmo d’animo,smontammo i tubi,li portammo all'esterno, e percuotendoli con dei piccoli bastoni li liberammo dalle incrostazioni catramose. Rimontammo il tutto meticolosamente, e come un mezzo miracolo la stufa ansimò e ruggì, sembrava un leone liberato dalla gabbia, che galoppasse libero in una savana bruciata dal sole. Questo è quello che vedemmo dietro i nostri chiusi speranzosi occhi, e miracolo fu. Voi, a cui basta girare la manopola del termostato per sentir cantare i vostri caloriferi, non avete idea della felicità smisurata che provammo al tepore di quei due complici, fuoco e stufa. Noi , sette piccoli indiani, costringemmo il colonnello Custer-Inverno a interrompere il suo imperioso bussare alla porta metallica d’entrata, mandandolo gentilmente e calorosamente affanculo. Felicemente abbarbicati alle nostre sedie come politici di lungo corso, assaporavamo cose che sapevamo essere irripetibili. Fu allora, che anticipando le discussioni a venire, tolsi dallo zaino il libro di Steinbeck “Pian della tortilla” leggendo quello che segue: “Due dita sotto il collo della prima bottiglia, conversazione concentrata, due dita più sotto, mestizia di dolci ricordi, tre dita ancora più sotto, pensieri di amori felici, un dito più sotto, pensieri di amori infelici; fondo della prima bottiglia, tristezza in ogni senso, due dita sotto la seconda bottiglia, disperazione nera, due dita più sotto ancora, canto di morte, altre due dita più sotto, morte e dannazione. Da questo punto in poi inutile graduare; nulla vi è di certo, e può accadere qualunque cosa.” Noi ci fermammo alla tristezza, forse a causa della “stanchitudine” che ci pervadeva le ossa. Appendemmo i sacchi a pelo alle spalliere delle sedie davanti al fuoco e con sette fiammiferi di cui uno più corto scegliemmo chi di noi avrebbe dovuto all’indomani recarsi alla malga in fondo al prato, circa cinquecento metri a sud, per acquistare un paio di litri di latte dal “Cabaj” che aveva in stalla una decina di mucche. Toccò a Sesar Brown, che impallidì visibilmente, ma non proferì verbo. Ogni ora circa abbandonavo il tepore del sacco a mummia e caricavo stufa e fuoco. Mi svegliò un sole già alto i cui raggi giocavano con le ragnatele di ghiaccio dei vetri. I compagni dormivano ancora. Alimentai la stufa e mi recai all’esterno con una pentola che riempii di neve. Posai la pentola sui cerchi caldi e sciolta la neve vi buttai del caffè d’orzo. Il profumo che aleggiò nella stanza spinse i ragazzi ad abbandonare le loro cucce a pelo. Tutti meno uno; Sesar Brown. Probabilmente conscio del duro compito che lo attendeva, rifiutava di abbandonare le calde braccia di Morfeo. Lo chiamammo a voce alta, lo strattonammo, in ultima istanza mi tolsi una calza puzzolente e gliela strusciai sotto il naso. Niente, non c’era verso, pareva la mummia di Tutankamon. Sei paia d’occhi si caricarono di fanciullesca perfidia, sei paia di braccia sollevarono agevolmente la presunta salma, la trasportarono all’esterno e lanciarono il sacco a pelo compreso il contenuto lungo la ripida china che portava alla malga. Non ci mise poi molto ad arrivare alla meta, dietro di lui arrivò rotolando un fiasco da due litri. Avremmo potuto infierire tempestandolo di palle di neve, ma arrivò tra di noi in uno stato così pietoso che non ne avemmo il coraggio. Forse un giorno vi racconterò il proseguo della giornata, o forse no. Per farla breve, tornammo al paese sei camminando, ed io a volte in sella al Morini, a volte sotto. Riuscimmo a girare il maggiolino che fortunatamente ripartì. Verso le otto di sera, all’altezza di Crocevia, una coppia di carabinieri ci intimò l’alt. Scendemmo “ambesette” dall’auto, e i due gendarmi vedendo lo stato in cui eravamo ridotti, ci intimarono di risalire sul maggiolino e di non farci più assolutamente vedere in Valletrompia. Anche i carabinieri hanno un cuore.


Una poesia di Kalil Gibrain che parla dell’amicizia.

“Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il vostro campo che seminate con amore
e mietete con più riconoscenza.
È la vostra mensa e la vostra dimora.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui
e lo cercate per la vostra pace.
Se il vostro amico vi confida il suo pensiero,
non nascondetegli il vostro, sia rifiuto o consenso.
Quando lui tace, il vostro cuore
non smette di ascoltare il suo cuore;
poiché nell’amicizia ogni pensiero, desiderio, speranza,
nasce in silenzio e, si divide con inesprimibile gioia.
Se vi separate dall’amico, non provate dolore;
poiché la sua assenza può chiarirvi ciò che più in lui amate,
come allo scalatore la montagna è più chiara dal piano.
E non vi sia nell’amicizia altro intento
che scavarsi nello spirito a vicenda.
Poiché l’amore che non cerca soltanto
lo schiudersi del proprio mistero,
non è amore, ma il breve lancio di una rete
in cui si afferra solo ciò che è vano.
La parte migliore sia per il vostro amico.
se egli dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche il flusso.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché egli può colmare ogni bisogno,
ma non il vostro nulla.
E dividetevi i piaceri, sorridendo
nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore scopre il suo mattino e si conforta.


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