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sabato 26 maggio 2018 | 19:47
 Edizione del 23/04/2018
 
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Resistenza perché?
Scriveva Giorgio Bocca nella prefazione a ''I ribelli della montagna'': … a ripensarci sessant’anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione
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Resistenza perché?
( VERSIONE TESTUALE )

“Non la Liberazione del 25 aprile 1945, dell’insurrezione, della discesa nella pianura e nelle città, ma la liberazione di ciascuno di noi dal provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo piccolo borghese.
La prima e più importante cosa che i libri di storia non spiegano, che i documenti non raccontano della guerra partigiana è questo stato d’animo di libertà totale ritrovata proprio negli anni in cui un giovane normale conosce il suo destino obbligato: quale posto, quale lavoro, quale ceto, quale donna sono stati preparati e spesso imposti per lui; quale sarà la sua prevedibile vita, quali vizi dovrà praticare per cavarsela, dove troverà il denaro per campare. E invece, d’improvviso, in un giorno del settembre del ’43, si ritrova finalmente libero, senza re, senza duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio”.
Ci sono persone che ogni anno, in vista del 25 aprile, mi dicono: “ E basta parlare della guerra di liberazione e di partigiani”. Non so dove questi signori sentano mai parlare di partigiani. Nelle trasmissioni su Rai tre, quelle che parlano della Grande Storia, io ho visto solo innumerevoli filmati d’epoca su Mussolini, su Hitler e sulla Shoa. Non ho mai visto un documentario sui partigiani o sugli I.M.I., gli internati militari italiani. Soldati, che nonostante fossero già prigionieri di fatto dei tedeschi, piuttosto che allearsi con loro, rimasero nei campi di lavoro o di prigionia, rifiutandosi di andare a combattere contro i propri fratelli. È senza dubbio vero, che la Resistenza fu la guerra dei pochi per l’ipocrita alibi dei molti, ma è anche vero che senza il suo apporto l’Italia tutta avrebbe rischiato di essere divisa come un’appetibile torta.
Scrive il giornalista Giovanni Fasanella a proposito della probabile spartizione: “È illuminante a questo proposito un episodio avvenuto alla frontiera francese nel 1944 di cui fu protagonista Taviani. Era partito dalla Liguria per una missione segreta in una zona al di là del confine. La notte fu ospitato in un campo dei maquis, i partigiani transalpini. Quando fu chiamato nella tenda del comandante, non poté fare a meno di buttare l’occhio su una cartina geografica sulla quale era stata tracciata una spessa linea blu. Indicava i territori italiani da annettere alla Francia dopo la guerra. “Ici pas encore!” (qui non ci siete ancora) disse con durezza il partigiano italiano al partigiano francese. E il transalpino rispose, con tono altrettanto fermo: “Nous allons voir!” (sarà da vedere). Si dava per scontato che l’Italia dovesse essere terra di conquista. E che lo sforzo politico- militare degli italiani al fianco degli Alleati fosse del tutto irrilevante. Lo verificò di persona anche un illustre diplomatico, Pietro Quaroni. In quello stesso anno era rappresentante a Mosca del governo Badoglio e venne incaricato di sondare gli umori degli ambasciatori alleati sulla questione di Trieste. Ma “ottenne ermetici silenzi” racconta ancora Taviani. Si sbottonò con lui soltanto l’ambasciatore del Canada, il quale gli disse: “Altro che Trieste. Prima dello sbarco in Sicilia, nell’ultimo incontro di Algeri era pacifica la divisione del territorio italiano in quattro zone: francese, russa, inglese e nordamericana”. (continua a pagina 6)

Jo Dallera


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