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sabato 22 settembre 2018 | 02:22
 Edizione del 21/06/2018
 
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Vita sul fiume e dintorni
Perché tagliare altri alberi, recuperare cellulosa, o riciclare altra carta, per stampare libri che non interessano a nessuno. Sono poche le persone incuriosite dalla storia, o dalle storie della Valtrompia
Leggi l'articolo completo in forma testuale ( clicca qui )



Vita sul fiume e dintorni
( VERSIONE TESTUALE )

Non si rendono conto, che se non sai da dove vieni, difficilmente saprai dove andare. Io personalmente ho sofferto dei pochi ricordi che mi sono stati raccontati dai miei nonni o dai miei genitori. Rare manifestazioni orali che col tempo sfuggono alla memoria. I pellerossa avevano, come altri popoli, questa civile tradizione. A volte i racconti diventavano canti per essere memorizzati meglio. Non c’è da parte mie nessuna presunzione di essere ricordato per questi miei racconti, in buona parte reali, altri di fantasia, e l’ultimo di fantascienza. Un racconto che parla del pericolo della auspicata Intelligenza Artificiale. Faccio questo, perché un mio carissimo amico, Ermanno Uccelli, di cui non riesco ad avere più notizie, un giorno mi ha parlato di una novella africana. La storia narrava di un incendio scatenatosi nella savana. L’incendio aveva costretto alla fuga tutti gli animali che la abitavano. Elefanti, gazzelle, zebre, leoni e altri quadrupedi. Naturalmente l’elefante maschio era il più veloce. Nella sua furiosa corsa, vide venirgli incontro “in direzione ostinata e contraria” un piccolo colibrì. “Dove pensi di andare? Lo apostrofò il pachiderma, che a cento metri dall’incendio finirai spiumato e arrostito. Rispose il piccolo volatile: ho una minuscola goccia nel becco, vado a fare la mia piccola parte.” Io sono come quel piccolo colibrì, e sono orgoglioso di esserlo.
Quella che segue è l’introduzione al libro, il resto è stampato sulla quarta di copertina, un omaggio che il giornalista, amico, e curatore del testo, Gian battista Muzzi, ha voluto dedicarmi.

Introduzione

Nella premessa al fantastico e inimitabile libro di John SteinbechVicolo Cannery si può leggere: «I suoi abitanti sono, come disse uno una volta, ladri, bagasce, ruffiani, giocatori e figli di malafemmina».
Intendeva dire, tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio, avrebbe potuto dire; santi e angeli e martiri e uomini di Dio, e il significato sarebbe stato lo stesso. Io, il Topi e il Sergio Canél, non avevamo scelto di nascere in quegli anni e in quel paese. Ci era toccato in sorte. Eravamo ambetre tendenzialmente onesti, ma non lo potemmo essere, appartenendo a famiglie operose, ma squattrinate nonostante il faticoso lavoro dei nostri genitori.
Parafrasando Giovanni Papini potrei scrivere che a quei tempi eravamo poveri, decentemente ma atrocemente poveri, senza fame né freddo, ma soffrivamo. Ironia del vissuto, non c’erano figli di ricchi da invidiare, ma sentivamo lo stesso di essere stati defraudati di qualcosa. Ladri lo eravamo, avevamo una mappa precisa di tutti gli alberi da frutto di grande valenza: perulì di san Piero, i piccoli cachi, i càlem migliori, le pesche dalla polpa gialla, le prugne dalla pelle viola e i grappoli di uva tèta, che rubavamo con dei trucchi inconfessabili ad una fruttivendola del paese.
Frequentavo quotidianamente il catechismo delle cinghiate paterne, ma sapevo bene, avendo fatto il piccolo a dieci anni dal generàl, che costruiva roncole, zappe, coltelli e asce piccone, che il ferro senza forgia lo divora la ruggine, e che quello era un passaggio obbligatorio per diventare adulti.
Quello che leggerete in questo piccolo libro è solo una piccola parte degli avvenimenti che hanno connotato la mia vita. Non ce l'ho fatta a diventare grande e il bambino che è in me scomparirà soltanto col mio assentarmi dalla vita.

IV DI COPERTINA

Jo Dallera ricorda la sua infanzia, e non solo, vissuta lungo il fiume, dentro il fiume, e sulle montagne che lo guardano, tra nostalgia e coscienza, tra sogno poetico e vivida memoria.
Le sue prose e i suoi versi sembrano voler asciugare amorosamente le lacrime "che si sciolgono come neve nella corrente" di un fiume, il Mella, oggi violentato dal progresso tecnologico e piagato dai venefici sversamenti quotidiani.
C'era una volta il Mella... E c'era una volta un'isola, la Bosca, la felice Tortuga dei ragazzi in mutande e canottiera, che mimavano i pirati dei Caraibi con scorribande nel frutteto del Caino per rubare pesche o cacce memorabili ai maggiolini o infinite competizioni al barbanzèc. Ora questo luogo incantato - rimpiange Jo - non esiste più; al suo posto si può ammirare un meraviglioso agglomerato di cemento.
Ci sono ancora i monti. Per fortuna! Sui quali, con solidali compagnie di amici, l'autore rivive, divertendosi, spassose avventure e drammatiche sventure inchiodate nella memoria e che portano il nome del partigiano Bruno, Giuseppe Gheda, gnaro di Campo Fiera, fulminato al Sonclino dal piombo tedesco.
Le prose di Jo Dallera sono spesso viatico esplicatorio ai versi; ma anch'esse, pur dipanando il filo della propria biografia infantile, trasudano i drammi generalissimi dell'uomo. Come dire: le cose per me sono state e stanno così; non te le spiego; al di là di questo te la devi cavare da solo. Se vuoi.
Jo, insensibile al fascino del successo mondano e senza concessione alcuna ai linguaggi seducenti dei media e della massa, per deliberata scelta, metabolizza le sue poesie con un'opzione espressiva di élite. Solo in tale modo si possono investigare e manifestare i misteri del passato, del presente, dell'uomo, della sua anima e del mondo. Perciò, bando alla banalità verbale, ai trasformismi al ribasso e a tutti gli -ismi della pseudocultura imperante!
Indaga le verità scomode dalle quali sfuggono le superficialità quotidiane, i giornali asserviti, le televisioni commerciali e i benpensanti. Anche quelli non nostrani.


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