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mercoledì 14 novembre 2018 | 04:50
 Edizione del 20/07/2018
 
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Umiliati, feriti nell’orgoglio: i Navajos
Nell’articolo dello scorso mese, scrivevo dei furti di frutta che io e i miei complici effettuavamo nei vari punti del paese. Purtroppo devo confessare che non ci limitavamo solo a quello. A volte, quando la vecchia chiesa del paese era deserta, ne approfittavamo per vuotarne le cassette delle elemosine
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Umiliati, feriti nell’orgoglio: i Navajos
( VERSIONE TESTUALE )

Non che ci trovassimo granché, il curato conosceva i rischi e ciò lo rendeva molto prudente. Qualcosa in più lo rimediavamo controllando le varie “santelle” presenti sul territorio impossessandoci delle poche monetine che le vecchiette depositavano ai piedi dei santi o della Madonna. Una manciata di spiccioli che a malapena ci permetteva di acquistare qualche ghiacciolo, due o tre pinguini, o quando ci andava alla grande, un’anguria. La raccolta, o meglio il furto di ritagli di ferro, di ghisa e di rame, ci permise di quietare la fame di fumetti che leggevamo avidamente nel nostro “casottino” costruito su un enorme castagno. Blek Macigno, Il piccolo ranger, L’intrepido, tra tutti, il preferito era Tex Willer, “Aquila della notte” per i Navajos.
Cosa centrano queste righe con i Navajos lo scoprirete continuando la lettura. Il pard, il compagno di avventure di Tex, era Kit Carson, un vecchiaccio con baffi e pizzetto con una camicia frangiata di daino che in sessanta e rotti anni non si lavò mai. È lui il collegamento tra questo scritto e i Navajos. Nei fumetti di Tex, per anni ci sono state propinate cose false sui Dinè. Quando, a cavallo del 1850 nelle terre dei nativi arrivarono gli americani, i pellerossa non abitavano in tende di pelle di bisonte, bensì in abitazioni chiamate hogan, costruite con pesanti tronchi e terra amalgamati assieme. Pur non avendo mai abbandonato completamente le tradizionali attività di cacciatori e raccoglitori, la loro economia era basata sull’allevamento di capre e pecore. Nel 1846 i Navajos possedevano oggetti di metallo, armi, cavalli, ed avevano cominciato a creare gioielli d’argento e turchese. Come la maggior parte delle volte, anzi, come tutte le volte, fu l’avvento dei bianchi ad alterare il delicato equilibrio che i Dinè, (Era così che si appellavano i Navajos) erano riusciti a costruire. C’erano oro, ed altri minerali preziosi, nonché terre fertili e pascoli nel loro territorio e questo li rese oggetto di bramosie coloniali. Cercatori d’oro, allevatori, financo colonie di Mormoni invasero le loro terre avanzando con greggi e mandrie, sottraendo pascoli e terre agricole, al punto che i Dinè privati della fonte più importante di sostentamento, si videro costretti a difendersi ed a saccheggiare i coloni per non morire di fame. Come al solito furono numerosi i trattati e gli accordi stretti dal governo americano, ma come al solito nessuno di questi fu rispettato. I Navajos contavano innumerevoli gruppi, o clan, o tribù, non esisteva un capo supremo. Questo generava tra i bianchi una notevole confusione e nel 1858 il commissario agli affari indiani dichiarò guerra aperta ai Navajos. Fortunatamente per i Navajos e gli Apache, scoppiò la guerra civile americana e le truppe federali furono richiamate all’est. Ciò permise alle due etnie di effettuare diverse scorribande soprattutto nella zona del Rio Grande. Il governo di Washington, pressato dall’opinione pubblica, inviò nella zona il generale James Carleton, il quale affidò il compito di scatenare un’offensiva contro i Dinè al colonnello Christofer “Kit” Carson, (Si, il presunto Kit Carson amico dei Navajos) il quale impose ai Dinè un doloroso ultimatum; tutti i Navajos dovevano recarsi a Bosque Redondo nei pressi di Fort Summer entro il 20 luglio del 1863. Pochissimi Navajos ne vennero a conoscenza, molti gruppi erano dispersi nei deserti e nei canyon del loro vasto territorio. Le disposizioni ricevute dal colonnello Kit Carson erano chiare: data l’impossibilità di sconfiggere i Navajos sul loro terreno, stante la morfologia del territorio, il colonello Carson doveva fare “terra bruciata” intorno a loro. Doveva distruggere le coltivazioni, uccidere il bestiame, e cosa veramente infame, avvelenare le sorgenti d’acqua. Nei primi mesi del 1864, il colonello Carson, forse in seguito ad una delazione, rivolse la sua attenzione al canyon De Chelly, luogo sacro ai Navajos, dove si pensava si fossero rifugiati centinaia di loro. L’esercito si insinuò nel labirinto di gole e crepacci, ma non trovando nessun guerriero, distrusse ferocemente tutti gli alberi da frutto e le coltivazioni dei Dinè. Famiglie isolate furono sterminate senza pietà, e l’espediente della sistematica distruzione del loro sostentamento, la “terra bruciata” diede i suoi frutti. Prima della fine della primavera del 1864, 2400 Dinè con trenta carri, 400 cavalli, e 3000 pecore, iniziarono la tristemente nota“Lunga marcia” di oltre 450 chilometri verso Bosque Redondo, 250 km a sud est di Santa Fè. Umiliati, feriti nell’orgoglio, i Navajos prigionieri, marciarono per giorni e giorni. Chi non riusciva più a camminare veniva ucciso, vecchi, bambini e donne comprese. Arrivati a Bosque Redondo, in una regione piatta e arida, fu dato loro cibo avariato e acqua fetida. I più deboli si assentarono alla vita anche in seguito delle notti gelide che loro affrontavano senza neanche l’ausilio di una misera coperta. Nel 1866, a seguito di alcune campagne di mobilitazione e indignazione di una parte dei cittadini americani, il colonello Kit Carson (l’amico dei Navajos di Tex, Aquila della notte) fu rimosso assieme al generale Carleton, artefici entrambi del tentato genocidio delle tribù Navajos. Il leader dei Dinè sopravvissuti, Barboncito, riuscì a convincere, con un accorato discorso, la commissione inviata da Washington, a poter ottenere di ritornare nelle proprie terre.
Vi lascio con una poesia che è un terribile testamento per chi ha perpetrato l’etnocidio della razza pellerossa.

MORTE DELLA GENTE

Tutto è concluso.
I migliori di noi
sono partiti
per un viaggio,
luminoso per loro,
a noi oscuro e incomprensibile.
Il corvo e l’avvoltoio
sono gli unici oggi,
a far festa .
Finita è la nostra gente.
Anch’io voglio morire,
portatemi con voi
spiriti guerrieri.
Qui non c’è più il vostro canto,
ma solo il respiro del vento,
che solleva la cenere,
e rumore di autunno
e di rovina.


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